Abstract (Italiano)
L'articolo analizza il rapporto tra rappresentanza di genere e autorevolezza mediatica, evidenziando come la crescente presenza femminile nelle redazioni non si traduca automaticamente in una maggiore visibilità delle donne come fonti esperte dell'informazione. Attraverso una riflessione sui processi di selezione delle fonti giornalistiche, sulle pratiche professionali delle redazioni e sulle modalità di attribuzione dell'autorevolezza, il contributo mostra come il pluralismo dell'informazione dipenda non soltanto da chi produce le notizie, ma anche da chi viene riconosciuto come legittimato a interpretare la realtà. L'analisi affronta il ruolo delle reti professionali, della reputazione mediatica, delle modalità di presentazione delle fonti e della distribuzione simbolica dei ruoli tra esperti, testimoni e vittime, evidenziando come tali dinamiche possano contribuire alla riproduzione di modelli consolidati di autorità prevalentemente maschile. Particolare attenzione è dedicata alle differenze tra i diversi mezzi di comunicazione, all'impatto delle piattaforme digitali e agli effetti cumulativi della visibilità mediatica nella costruzione della reputazione pubblica. L'articolo sostiene che il pluralismo delle fonti costituisca una componente essenziale della qualità giornalistica e che l'ampliamento sistematico dei repertori di esperti rappresenti non soltanto una questione di equità, ma anche un'opportunità per migliorare la varietà interpretativa e la capacità del giornalismo di rappresentare la complessità della società contemporanea.
Abstract (English)
This article examines the relationship between gender representation and media authority, arguing that the increasing presence of women in journalism has not been matched by a comparable increase in the visibility of women as expert sources in news coverage. Focusing on newsroom routines, source selection practices, and the social construction of credibility, the study contends that media pluralism depends not only on who produces the news but also on who is recognized as qualified to interpret public affairs. The analysis explores how professional networks, accumulated media visibility, editorial habits, and patterns of source attribution contribute to the persistent predominance of male voices in positions of expertise, despite significant changes in the composition of the journalistic profession. Particular attention is devoted to the symbolic distinction between experts, witnesses, and victims, the differential presentation of professional titles and identities, and the cumulative effects of media exposure in shaping public authority. The article further discusses the opportunities and limitations introduced by digital platforms, arguing that technology can either broaden the diversity of expert voices or reinforce existing hierarchies depending on editorial practices. It concludes that expanding the diversity of journalistic sources should be understood not merely as a matter of gender equality but as a fundamental dimension of editorial quality, capable of enriching public debate, improving interpretative pluralism, and strengthening journalism's democratic role in representing the complexity of contemporary society.