Abstract (Italiano)
La rappresentazione giornalistica delle migrazioni è stata frequentemente analizzata attraverso il concetto di framing, evidenziando il ricorso a cornici interpretative fondate sulla sicurezza, sull’emergenza e sulla compassione umanitaria. Il presente contributo propone una diversa prospettiva teorica, interpretando tali frame non come configurazioni autonome, ma come manifestazioni di una più generale grammatica mediale del confine. L’ipotesi sostenuta è che una parte significativa del discorso giornalistico sulle migrazioni organizzi la rappresentazione attraverso una distinzione simbolica tra interno ed esterno, appartenenza ed estraneità, normalità ed eccezione. All’interno di questa struttura, il migrante può assumere alternativamente la figura della minaccia, dell’invasore, della vittima o del soggetto da proteggere, senza tuttavia conquistare necessariamente piena capacità di definizione narrativa. Viene pertanto introdotto il concetto di asimmetria dell’agency mediale, con il quale si indica la distanza tra la centralità visiva del soggetto migrante e la sua effettiva capacità di agire, parlare e concorrere alla definizione pubblica della propria esperienza. Sicurezza, emergenza e pietismo vengono così ricondotti a differenti regimi di visibilità che, pur producendo significati apparentemente opposti, possono condividere la medesima struttura relazionale. L’articolo propone un modello interpretativo basato su tre dimensioni attraverso le quali analizzare la costruzione giornalistica dell’alterità migrante: territorializzazione, attribuzione dell’agency e regime emotivo.
Abstract (English)
Journalistic representations of migration have frequently been analysed through the concept of framing, highlighting interpretative patterns based on security, emergency, and humanitarian compassion. This article proposes a different theoretical perspective by interpreting these frames not as autonomous configurations but as manifestations of a broader media grammar of the border. The central hypothesis is that a significant part of journalistic discourse on migration organises representation through symbolic distinctions between inside and outside, belonging and otherness, normality and exception. Within this structure, migrants may alternatively be represented as threats, invaders, victims, or subjects in need of protection, without necessarily acquiring full capacity to define their own public representation. The article therefore introduces the concept of asymmetry of media agency, referring to the gap between migrants’ visual centrality in news coverage and their actual ability to act, speak, and contribute to the public definition of their own experience. Security, emergency, and humanitarianism are thus reconsidered as different regimes of visibility that, despite producing apparently opposing meanings, may share the same relational structure. Finally, the article proposes an interpretative model based on three dimensions through which the journalistic construction of migrant otherness can be analysed: territorialisation, attribution of agency, and emotional regime.