Abstract (Italiano)
La crescente attenzione verso diversità, inclusione e rappresentazione ha modificato il modo in cui giornalismo e media affrontano le identità minoritarie e le categorie socialmente vulnerabili. La maggiore visibilità dell’alterità non coincide tuttavia necessariamente con un maggiore riconoscimento. Il presente contributo propone di distinguere analiticamente tra visibilità, riconoscibilità, agency e complessità narrativa, sostenendo che una rappresentazione possa apparire inclusiva e persino empatica continuando a collocare il soggetto rappresentato in una posizione subordinata. Muovendo dagli studi sulla costruzione mediale della realtà e sulle politiche della diversità, viene introdotto il concetto di regime mediale di riconoscibilità, inteso come sistema di condizioni narrative attraverso cui determinate identità acquistano legittimità nello spazio pubblico. Si propone inoltre la nozione di vulnerabilità narrativa per descrivere la condizione nella quale la possibilità di ottenere attenzione mediale dipende dalla rappresentazione del soggetto prevalentemente attraverso sofferenza, fragilità, discriminazione o eccezionalità. L’empatia può così produrre un paradosso: umanizzare l’altro e contemporaneamente ridurne l’identità alla condizione che suscita compassione. Viene infine formulato il principio del diritto alla complessità narrativa, secondo cui un giornalismo realmente inclusivo dovrebbe rendere possibile alle categorie minoritarie di essere rappresentate anche fuori dalle cornici dell’emergenza, del conflitto, della vittimizzazione e dell’esemplarità.
Abstract (English)
Growing attention to diversity, inclusion, and representation has transformed the ways journalism and media address minority identities and socially vulnerable groups. Greater visibility of otherness, however, does not necessarily entail greater recognition. This article proposes an analytical distinction between visibility, recognizability, agency, and narrative complexity, arguing that a representation may appear inclusive and even empathetic while continuing to position the represented subject in a subordinate role. Drawing on research concerning the mediated construction of reality and diversity politics, the article introduces the concept of a media regime of recognizability, understood as the system of narrative conditions through which certain identities acquire legitimacy within the public sphere. It also proposes the notion of narrative vulnerability to describe situations in which access to media attention depends primarily on representing subjects through suffering, fragility, discrimination, or exceptional circumstances. Empathy may therefore produce a paradox: it can humanise the Other while simultaneously reducing identity to the condition that elicits compassion. Finally, the article formulates the principle of a right to narrative complexity, according to which genuinely inclusive journalism should enable minority groups to be represented beyond the frameworks of emergency, conflict, victimhood, and exemplarity.